Su di me
Quando il BLU diventa arte io ne divento l’interprete.
IO
Nasco a Carrara.
Dopo aver terminato gli studi presso l’Accademia di Belle Arti di Carrara, inizio un periodo di ricerca, pittorica prima e scultorea poi, su vari materiali, cercando in questi anni di caratterizzare e personalizzare le mie opere.
La mia attività espositiva inizia nel 1988 e da allora prendo parte a molte mostre e manifestazioni del settore.
FILOSOFIA
Il blu è un colore magico e imponente, ma anche, allo stesso tempo, etereo e sfuggente. Pensiamo al cielo e al mare, elementi che da sempre accompagnano la nostra vita su questo pianeta con i loro blu che possiamo guardare ma non vedere: entrambi sono lì, smisurati, ma se se ne prende un frammento, il blu resterà dov’è e tra le mani ci troveremmo solo una flebile e insignificante trasparenza.
Vedo il mare e l’aria come fratelli gemelli che si guardano l’un l’altro da tempo immemore, due giganti speculari che si specchiano, con le stesse caratteristiche: nelle loro vene le correnti d’aria e le correnti d’acqua scorrono eterne.
Giocando con pochi materiali, con gli elementi naturali, riproduco archetipicamente il momento della creazione suddiviso in attimi che catturo nelle mie sculture, come in una celebrazione laica del mistero primordiale.
Tutto questo diventa un messaggio artistico universale e prende vita nelle mie opere.
SU DI ME
Con Marco Geloni si torna alla scultura, una scultura di materiali poveri, sovente lignei, comunque quasi sempre di recupero, assemblati secondo incastri elementari. Le semplificate costruzioni plastiche di Geloni, tuttavia, per quanto esili e sintetiche, nascono con l’intento di simbolizzare essenziali microcosmogonie private, sulla scorta di analogie con i quattro elementi della natura e le loro possibili manifestazioni. Ad esempio, cubetti lignei tinteggiati di celeste, conficcati su totemiche asti celle metalliche, raffigurano la nascita dell’aria. Una dozzina di azzurri spaghi ciondolanti da una vecchia trave è pioggia che cade dal cielo. Il chiaro intento di Geloni è, dunque, di sgravare l’idea cosmogonica d’ogni solennità filosofica, ribaltando il mito in divagazione lirica senza peso.
Guglielmo Gigliotti
PITTURE & SCULTURE nel SEGNO del BLU
Intorno ai primi anni Novanta Marco Geloni ha eseguito una serie, qui non esposta, di paesaggi in prospettiva aerea la cui visualizzazione dall’alto richiama, in sede inconscia, teorizzazioni detratte dal Secondo Futurismo così come, mnemonicamente, rotoli panoramici cinesi di epoca T’ang o Ming.
Il dato, peraltro, che si afferma primario nelle sue opere successive è la tonalità generale tutta basata sulle più variegate sfumature del blu, il cui simbolismo risale all’infinità e all’infinitesimale dell’essere.
Già intorno agli anni Sessanta in Europa con il movimento dell’Abstraction lyrique si era proposta una pittura-pittura compiaciuta del proprio essere, della propria esistenzialità visiva svestita, cioè, da ogni ricorso a riferimenti autre, esterni a sé. Si pensi al francese Bellegarde, al tedesco Brüning, all’italiano Corpora. Ma nessuno, eccettuata la meteorica eccezione del francese Klein, gioca come Geloni con tanto accanimento e “fissità”, al limite della frustrazione, sul monocorde blu.
Da giovane Geloni studiò scultura all’accademia di Carrara. Ma già allora, se non si è frainteso, più che la rotondità della terza dimensione lo attraeva il bidimensionale sulla falsariga dell’inglese Pasmore. Una scultura piatta, per intenderci, resa percepibile attraverso il delinearsi rigoroso di protuberanze geometriche in senso orizzontale-verticale. Fenomenologia operativa che, volendo amplificare il discorso, risale storicamente alla metafisica “riduzione” dello scibile da parte del Mondrian e espressa, in sede plastica, dall’andamento dialettico del positivo-negativo ad infinitum. Nei suoi legni scarni e essenziali, tutti imbevuti di sfumature varianti di blu Geloni sembra suggerirci altrettanta identica ansia, più che ansiosità, di assoluto.
Luciano Lattanzi
Quello stesso blu, oggi, che Geloni è tornato al suo primo amore, la scultura, s’è andato caricando d’una semantica primaria e “primitiva” che ne fa emblema mimetico di acqua ed aria. E’ così che Geloni ama spiegare quelle che potremmo definire microcosmogonie private, ovvero le personalissime visioni geloniane in chiave plastica dell’origine e della formazione delle cose e delle essenze del mondo. Ma la cosmologia di Geloni non necessita di grandi sistemi filosofici o di complesse teorie scientifiche, e le sue creazioni si scrivono rigorosamente con la “c” minuscola. Il mito, infatti, non è di casa nello studio dove egli compone le sue umili sculture, studio che tutt’al più può essere scambiato per il laboratorio alchemico d’un demiurgo domestico. I suoi sono materiali poveri, di recupero, assemblati secondo incastri elementari che ironicamente stridono con l’altisonanza dei concetti evocati. Una dozzina di azzurri spaghi ciondolanti da una vecchia trave di legno rappresentano la potenza generatrice dell’acqua che dà forma alla materia simbolizzata nelle candide pietruzze appese all’estremità dei fili. Cubetti lignei tinteggiati di celeste conficcati su totemiche asticelle metalliche, raffigurano la nascita dell’aria.
Come pretende ogni cosmogonia che si rispetti, quindi, anche quella immaginata da Geloni si fonda sui quattro elementi dell’aria e dell’acqua simbolizzate nel blu, della terra rappresentata nei materiali usati, e del fuoco, che in null’altro può essere identificato se non nella fantasia creatrice, attiva come principio organizzatore delle filiformi e aggraziate costruzioni geloniane. La cosmogonia, in fondo, è il modello esemplare di ogni specie di fare, cui non sfugge quello estetico. Tutto sta a sgravario dei paludament romantici, per renderlo sguardo limpido sulle cose che nascono, che crescono e periscono, per poi tornare al caos, così da poter ricominciare ogni volta da capo come fosse la prima.
Guglielmo Gigliotti e Luciano Lattanzi